mostre passate
informazioni
Inaugurazione: SABATO 10 MAGGIO 2014 ALLE ORE 11.00 DALLE ORE 16.00 alle 20.00
Periodo: 11 MAGGIO – 7 GIUGNO 2014
Artisti: QUENTIN GAREL, VANNI CUOGHI, GABRIELE BURATTI
Luogo: PUNTO SULL'ARTE, Viale Sant'Antonio 59/61, Varese
+39 0332 320990 | info@puntosullarte.it | www.puntosullarte.it
Orari: Orari: mar – ven h 15 – 19 sab h 10 – 13 e 15 – 19
Domenica 11 e 18 maggio h 15 – 19
Catalogo: Testi critici di Alessandra Redaelli; Edizioni PUNTO SULL’ARTE
   
Inaugurazione: INAUGURAZIONE SABATO 10 MAGGIO 2014 ALLE ORE 11.00
Periodo: 11 MAGGIO – 7 GIUGNO 2014
MASSIMO CACCIA, ALICE ZANIN
Luogo: CENTRO CIVICO COMUNALE
VIA STAZIONE 8, COMERIO (VA)
Orari: Orari: gio – ven h 16 – 18 sab h 10 – 12.30
Domenica 11 e 18 maggio h 16 – 18
Catalogo: Testi critici di Alessandra Redaelli; Edizioni PUNTO SULL’ARTE

L’ANIMA E L’ANIMALE

Alle soglie del terzo millennio dobbiamo tutti seriamente riconsiderare il nostro rapporto con gli animali. E un’occasione può essere anche la scoperta (sì, la collezione esiste ed è aperta al pubblico da quattro anni, più o meno, tuttavia ha il sapore del ritrovamento archeologico) di un lascito di animali imbalsamati. La prima sensazione che si prova quando ci si trova davanti a oggetti di questo tipo – e già la scelta della parola “oggetti” si avverte come faticosa, ma qual è la parola giusta? – è un immediato senso di disagio. Perché sono morti? Non è una spiegazione sufficiente. Al netto della curiosità per il fatto di vedere così da vicino da poterlo toccare un esemplare adulto di leone maschio, o di saggiare le proporzioni reali tra un orso polare e un lupo artico, la definizione più verosimile della sensazione che proviamo è senso di colpa. Anche se non è chiaro per cosa. È un senso di colpa stratificato e transgenerazionale, direi, che ci fa sentire responsabili del fatto che questi animali, oramai, sono oggetto di documentari e trasmissioni televisive che potrebbero – nel giro di pochi anni – restare le ultime testimonianze della loro esistenza. Abbiamo la percezione che la natura, nel suo complesso, va sempre più sfuggendoci come concetto reale e che se noi adulti di oggi, generazione degli anni Sessanta o Settanta, forse abbiamo avuto la fortuna di avere una bisnonna o una zia che ci ha portati in una fattoria a vedere i suoi conigli e a prenderli in braccio (salvo poi servirceli con le patate, facendoci sciogliere in lacrime… ma anche quella era un’emozione positiva), la fruizione che i nostri figli hanno della gran parte degli animali è spesso quella artificiosa del giardino zoologico – per quanto raffinato e “umano” esso sia – in cui l’animale resta qualcosa di così “altro” e lontano da essere facilmente paragonabile a un supereroe dei fumetti o alla versione sdolcinata e leziosamente umanizzata dell’orso che possono darci i cartoni animati di Winnie the Phoo.
Che cosa è successo, esattamente? Secondo la Società italiana di Ecologia, la prima causa di distruzione dell’ambiente è la presenza umana (sarà da qui che viene il nostro strisciante senso di colpa?). Il tasso di estinzione legato alle nostre attività è mille volte superiore (mille!) a quello naturale. Negli ultimi quarant’anni le popolazioni di vertebrati sono diminuite di un terzo e secondo la World conservation union sulle 71mila specie esistenti, 21mila stanno già correndo un serio rischio di scomparire. Del rinoceronte di Sumatra, per fare un esempio semplice, sono rimasti meno di 270 esemplari, di quello di Giava meno di 60, mentre quello nero occidentale è stato dichiarato ufficialmente estinto nel 2011. Tuttavia, al di là della tenerezza che ci suscita il musetto dell’ultimo panda (sicuramente più in grado di generare immediata empatia rispetto al rinoceronte), il rischio reale è quello di appiattire la biodiversità in un’uniformità che svuota e svilisce il pianeta. E se per farcelo ricordare una volta di più, per ricordarci che ogni singolo gesto di ogni singolo individuo può fare la differenza, può essere utile una visita a una collezione di animali selvaggi impagliati, questo può rivelarsi un ottimo motivo per andare oltre la sensazione di “sbagliato” che questi animali ci comunicano al primo impatto. Per cogliere nella sua pienezza il tesoro che comporta poter vedere e studiare da vicino un essere che diventa di giorno in giorno sempre più prezioso. Perché non è ignorando un problema che lo si risolve: al limite lo si aggira, lasciandolo alla prossima generazione. E se forse la posizione di Jonathan Safran Foer può sembrarci troppo estrema, non si possono ignorare le realtà alle quali ci mette davanti in un saggio fondamentale come Se niente importa, perché mangiamo gli animali? Il fatto che per ogni chilo di gamberetti pescati si uccidono 24 chili di altri animali e che le prede accessorie (così si chiamano) della pesca del tonno sono altre 95 specie tra cui diversi tipi di squali e tartarughe, per esempio; o che secondo l’ONU gli allevamenti intensivi (bovini, suini, pollame) sono responsabili del 18% delle emissioni di gas serra, 40% in più dell’intero settore dei trasporti; o, ancora, che una spaventosa percentuale dei polli allevati intensivamente sono contaminati dal batterio dell’Escherichia Coli e che proprio lì, negli allevamenti intensivi di polli (e di suini), si annida la minaccia della prossima pandemia influenzale. Il vero cortocircuito, oggi, è quello che si crea tra il rapporto intenso e intensamente umanizzato che abbiamo con i nostri animali domestici – di cui ogni giorno abbiamo occasione di saggiare l’intelligenza e l’emotività – e la distanza che sempre di più ci separa da tutti gli altri animali, che finiscano o meno nel nostro piatto. Il nostro volontario ignorare le sofferenze degli animali che abitualmente consideriamo come oggetti a nostra disposizione e la nostra (reale) ignoranza sulle risorse intellettive degli animali la cui esistenza rischiamo quotidianamente di dimenticare. E così, se guardare negli occhi il ghepardo impagliato, forse morto per cause che oggi la sensibilità di qualcuno potrebbe considerare non “politicamente corrette”, ma che oramai è lì, e nulla possiamo fare per lui se non prendere il meglio da quello che può darci, se guardare nei suoi occhi, dicevo, può ricordarci che questo animale ha un’intelligenza sofisticatissima, che gli permette, ad esempio, di mappare lo spazio e catturare la preda sfruttando l’ipotenusa di un triangolo rettangolo… be’, forse può davvero valerne la pena.

L’arte, oggi, ha con l’animale un rapporto ambivalente che la dice lunga su quello che realmente l’uomo pensa di sé. Per un Wim Delvoye che tatua i maiali (con metodi assolutamente indolori, giura) e poi decide di allevarli in una tenuta protetta, in Cina, dove non verranno mai macellati e moriranno felici di vecchiaia (ancorché tatuati…), abbiamo un Maurizio Cattelan – ad oggi il più quotato artista italiano vivente – che per la Biennale di Venezia del 2011 posiziona per tutto il Palazzo delle Esposizioni, sulle capriate e sui cornicioni, duemila piccioni impagliati. Mentre Damien Hirst – stiamo parlando di un artista che va a cena con François Pinault – fa catturare su commissione degli squali, li mette in formaldeide, li espone in grosse teche. E poi li vende a 12 milioni di dollari. E non possiamo essere così ingenui da credere che questa sia solo la conseguenza del folle marketing dell’arte: la verità è che l’animale sta diventando destinatario di attenzioni inimmaginabili fino a cinquant’anni fa. Icona e oggetto di culto. Qualcosa che sempre di più ci mette davanti al nostro essere vivi, al nostro destino e alla nostra mortalità.
Eccole lì, tutta la nostra finitezza e la nostra mortalità, nei crani giganti di Quentin Garel. Nelle teste di elefante che si affacciano dal muro come ospiti curiosi, nei lunghissimi, sinuosi colli di struzzo che sbucano a sorpresa dal pavimento, e in quei teschi imponenti, che basta un paio di zanne o un lungo becco arcuato a rendere potentemente espressivi. Ha cominciato con gli animali più umili, quelli che l’uomo ha asservito per farne forza lavoro e cibo (si torna sempre lì), e davvero è difficile trovare teste di bue o di mucca più splendenti e più regali di quelle che Garel realizza in legno, bronzo oppure in ferro, giocando con i materiali e con la nostra percezione, presentandoci il bronzo con una patina opaca, fitto di nodi e nervature, convincendoci al di là di ogni ragionevole dubbio che sia legno. E invece non lo è. Come non è reale la misura, che ci costringe a ripensare l’oggetto e  – di conseguenza –­ a ripensarci. Incompleti come se fossero stati mangiati dal tempo, corrosi dal mare o dalle intemperie, quei teschi ci appaiono redenti dalle brutture della morte proprio attraverso la minaccia tangibile delle loro fauci che sembrano ancora pronte allo scatto. Una morte che si trasfigura nel reperto archeologico, nel lascito prezioso di un tempo passato. E’ un tempo “altro”, invece, quello che si respira nei lavori di Vanni Cuoghi. Un tempo fiabesco e poetico che ci porta a perdere i contatti con il reale. Intensissimo nei contenuti e incomparabilmente lieve nel linguaggio, l’artista ci ha abituato negli anni a lasciarci andare alle sue opere, a perderci in questi mondi costruiti con la logica del sogno per consentire di far emergere le nostre ragioni più semplici e più profonde. Accade qui, davanti a un falcone la cui bellezza imponente e terrificante ci inchioda, facendoci dimenticare il rostro affilato e gli artigli pronti nella posizione della cattura. Ma accade anche davanti all’orso polare a fauci spalancate, personaggio centrale di una favola della quale non ci è dato conoscere né l’antefatto né la conclusione, ma che ci coinvolge dentro una narrazione che si intuisce complessa, tra personaggi che sembrano rubati ad antichi dagherrotipi e misteriose macchine volanti. E se le tigri diventano stupendi gatti domestici, docilmente sottomessi a una fanciulla, ecco preziose gabbie di carta ritagliata, trasformata in un merletto leggerissimo a contenere uomini dalla testa di animale, domatori-domati la cui ferocia si stempera nella pura delizia estetica. Chi ci richiama bruscamente alla realtà è Gabriele Buratti. I suoi oli su tela o su tavola dalle atmosfere brumose, la sua tavolozza spartana giocata tutta sui grigi e sui bruni, ci mettono davanti a un mondo spento, soffocato, nel quale l’animale sembra lottare per la sopravvivenza. Il contrasto stridente che si crea tra l’animale selvatico – iena, ghepardo, elefante, rinoceronte, zebra – e lo scenario urbano in cui l’artista decide di collocarlo, ci spiazza, ci invita a cercare l’uomo, da qualche parte. E non trovandolo ci spinge a pensare a un dopo forse nemmeno lontanissimo, un day after in cui la natura selvaggia si impadronirà della metropoli oramai abbandonata e lì, a fatica, ricostruirà il suo habitat. La scelta, poi, di inserire nel dipinto codici a barre e numeri in sequenza come in sovrimpressione, sdoppia i piani significativi, offrendoci una seconda lettura simbolica, quella del consumismo, destinato inesorabilmente a distruggere ciò che di più autentico ancora possediamo.
Lievi, sottili, aerei anche quando hanno le zampe ben piantate a terra sono gli animali di Alice Zanin. Sono lemuri dai musi affilati, elegantissime manguste, fennec dalle grandi orecchie e nobili antilopi che sembrano muoversi in una danza leggiadra. La scelta di un materiale versatile come la cartapesta regala all’artista una libertà creativa altrimenti inimmaginabile e dà alle sue opere una reale leggerezza che le consente di appenderle in installazioni scenografiche di stormi in volo. La cartapesta, lasciata spesso a nudo, rivela gli articoli delle pagine dei quotidiani utilizzati come materia prima, i titoli, le fotografie, e lascia così sul manto dell’animale un mondo di parole (sottolineato dai titoli dei lavori, in particolare nella serie Verba volant scripta…), creando una contrapposizione interessante con l’esattezza, invece, millimetrica di alcuni dettagli anatomici. La stilizzazione allo stato puro è invece la cifra principale di Massimo Caccia, i cui smalti su legno sono una delle voci più squillanti ed emblematiche del nuovo Pop di inizio millennio. Definiti da linee pulitissime di eleganza quasi astratta, scanditi in campiture piane a colori accesi e costruiti su impeccabili equilibri spaziali, gli animali di Caccia sono vicinissimi e accessibili nella loro immediata riconoscibilità, ma soprattutto nel loro piccolo dramma personale. Sono conigli minacciati da forchette che stanno precipitando in verticale sulla loro schiena, libellule in equilibrio sulla lama affilata di un taglierino, pesci che tra un istante abboccheranno all’amo; esseri al bivio, in bilico tra la salvezza e un destino crudelmente beffardo sul quale non hanno alcun potere di intervenire. E allora rieccoci da capo a riconsiderare quale sia, oggi, il nostro rapporto con l’animale, come l’anima si specchi nell’animale. Perché in fondo, nella loro colorata solitudine, così piacevole e appagante per il nostro occhio, questi conigli minacciati, questi insetti inconsapevoli, questi pesci pronti a farsi divorare sono, senza ombra di dubbio, ognuno di noi.

ALESSANDRA REDAELLI

opere presenti
Matthias Brandes
Mario Branca
 
Arcangelo Ciaurro
   
FOTO/VIDEO DELLA MOSTRA
ArteVarese, 1 Novembre 2013
Una mostra tra caos e bellezza
Mario Chiodetti,
La Provincia di Varese, 10 Novembre 2013
Il Punto dell'Arte tra Caos e Bellezza
Andrea Giacometti,
VareseReport, 17 Novembre 2013
Varese, con "Caos e bellezza" Punto sull'Arte festeggia due anni di mostre
Laura Balduzzi,
LombardiaOggi, 24 Novembre 2013
Grovigli di colore tra caos e bellezza
Arte Mondadori,
Dicembre 2013
La natura come Caos e Bellezza