Lista degli Artisti

Armando Fettolini

Opere fortemente materiche, giocate su toni ricchi di luce con colori che sembrano rubati da una tavolozza, sempre accostati alla tinta dominante: il bianco. L'artista lo propone in tutte le sfumature, sporcandolo senza timore, ottenendo così ombre che creano uno skyline dove la materia a volte sembra colata, a volte aggrappata alla tela stessa. Lo stile di Fettolini è caratterizzato da una raffinata tecnica pittorica e da un'eccellente padronanza del colore. Nei suoi quadri il confine tra paesaggio e cielo risulta impercettibile e porta l'osservatore al di fuori di ogni realtà.

Nasce nel 1960 a Milano e fin da giovane ama la pittura. A diciotto anni ottiene il 1° riconoscimento artistico. Tra il 1985-1987 realizza le prime mostre personali. Dal 1997 partecipa a fiere nazionali e internazionali oltre ad una personale a New York. Seguono mostre in Spagna, Francia, Corea del Sud, Germania, Lussemburgo, Slovacchia e Svizzera. Dal 2009 si dedica anche ad opere pubbliche. Vive e lavora a Viganò (Brianza).

Hanno scritto di lui:
Ettore Bonessio di Terzet, Sabina Zotti, Rita Marziani.
Ettore Bonessio di Terzet

Capire il gioco

Testa o croce. Ci abbiamo giocato tutti, da ragazzini, belli e brutti, poveri e ricchi, intelligenti e stupidi. Si prende una figurina o una moneta, comunque una cosa qualsiasi, e la si lancia verso l'alto . Ogni giocatore che lo desidera può giocare e al grido di testa! o croce! tenta la fortuna per guadagnare più figurine, scommette e spera che il maggior numero di monetine sia del verso che ha scelto. Scegliere. Possiamo scegliere questa o quella cosa, ma ad un certo momento dobbiamo fare una scelta ultima, dobbiamo eleggere qualche cosa che per noi diventa cardinale, luogo di riferimento, indicazione che dà senso e significato al nostro agire, a quello dell'altro, alla vita, alla mia vita. Dobbiamo scegliere continuamente e giorno dopo giorno l'artista sceglie questa disposizione piuttosto che quest'altra, questo taglio e non quello, sente che è meglio lasciare andare questo inutile colore, deve graffiare il supporto con un chiodo. Un giorno accade di buttar via tutto per essere liberi dalle obbligazioni tecniche tematiche e stilistiche che impongono vincoli e si ricomincia da un minimo, quasi un niente che comunque riassume secoli di idee di pensieri di ripensamenti di espressioni che, invisibili, hanno trovato casa in qualche parte del nostro essere. Sono presenti e vengono fuori, vogliono ripresentarsi alla vita - rinascere - al di qua di ogni intenzione e volontà dell'autore. Questi segni improvvisamente ce li troviamo tra le mani e dobbiamo giocarceli, dobbiamo tirarli contro il supporto o gentilmente colà deporli, sperando che il verso sia quello appropriato, che lo spaziotempo inventato si colleghi con noi, che sussista accordo, appagamento. Accordo e appagamento che sono e saranno sempre, in campo creativo - artistico come scientifico - insufficienti e insoddisfacenti, che ci perderanno nella drammaticità di non aver raggiunto ed espresso quello che si aveva in mente: l'ideazione intuita.

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E allora daccapo il gioco si ripropone, il gioco viene reimpostato dall'artista nel continuo tentare il migliore aggiustamento delle parti concorrenti. La ricerca della perfezione. La consapevolezza della sua esistenza e della sua irraggiungibilità. Tentare la fortuna quando si gioca equivale a tentare la perfezione quando, pur sorridendo, il gioco si fà serio e non ci sono più figurine, ma il vivere i talenti le capacità la pittura l'arte la poesia: il nostro evolversi da animali ad umani, da enti ad esseri. Allora non è più questione di fato fortuna destino, ma di decidersi e accettare un segno luminoso che permetta una risposta, anche se non completa e precisa, alle tre o quattro domande fondamentali che si presentano all'uomo qualunque attività svolga. Anche e di più all'artista come accade a Fettolini che si gioca tutte le sue carte - le sue figurine - nel mezzo del camminare dantesco su un segno tra i più terribili ed affascinanti della cultura e civiltà europee. Segno, la croce, che diventa nell'immediato occasione del dipingere, pretesto di organizzare ed sprimere le proprie strategie e tattiche, ma che prende il sopravvento e da topos diventa tropos per volere, sì, dell'autore come anche, mistericamente, di per se essa. Allora l'artista deve combattere una lotta accanita perché il segno-croce non si perda nelle consuetudini di un consumo banale, non diventi simulacro o rimanga occasione laterale nell'impegno di creazione, non si ritragga a simbolo troppo carico di storia religiosa e fideistica tale da distruggere il significato dell'opera pittorica.

Situazione precaria e difficile, dove Fettolini si trova a dover equilibrare, a mettere in giustizia il segno-croce come significante e come significato, rispettando l'autonomia della poesia/dell'arte ovvero senza diventare un estemporaneo decoratore di soggetti sacri, un affrescatore di cappellette, un artigiano di "santini". Fettolini scappa all'inganno, fugge la trappola, rafforza la sua consapevolezza di pittore senza disdegnare il segno-croce preso a tema di uno svolgimento pittorico non romanzato, ma fatto per salti rientri rimbalzi fughe in avanti condensazioni accentramenti figurali sino a soste icastiche di un realismo che sintetizza materialità ed evanescenze. (Memoria) Il tutto dentro uno spessore semantico che ribadisce la cultura dell'autore, la sua conoscenza della storia della pittura antica e contemporanea che tenta e spesso risolve nella sintesi tra una modalità cruda, mitteleuropea ed una più lirica, mediterranea. (I Golgota) Fettolini è grande dicitore di poesia/pittura quando si dimentica del tema-occasione e la sua scrittura avviene per via indiretta, dove si parla attraverso un terzo dato che nasconde otticamente la croce per riportarla in primo piano più densa compatta ineluttabile. (Impronta) Il suo segno-croce inventore di spazi si trasforma in Luogo . Fettolini tocca e s'immerge nella circolarità della poesia/pittura, supera il solco labile dell'approssimativo quando libera la propria passione verso una pittura che scalza le regole da cui è nata, quando fà una pittura-oltre stilando grammatiche sintassi vocabolari di quei paradigmi senza i quali e per i quali egli si è detto e si conferma auctor di dinamismi plurimi che scatenano il cuore e la mente verso la Bellezza.

Sabina Zotti

Libertà che àncora alla vita

Nell’irregolarità e nell’apparente disordine c’è sempre un ordine nascosto, benché difficile da cogliere, almeno nell’immediatezza. Tuttavia tale complessità, alla fine, si trasforma in riacquistata armonia, in pienezza, in definizione e ricompostezza dell’essere e dell’esistere. Questo il senso del pensiero espressivo di Arcangelo Ciaurro , pensiero perfettamente intessuto nella spontaneità della sua arte, così come nel solo suggerito realismo dei suoi quadri.

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E' un mondo che parla di abbandono e di solitudine, quello che Armando Fettolini dipinge in questa mostra che innalza il cane a immagine, simbolo, nemesi del suo miglior amico, l'uomo. Il cane e l'uomo, l'uomo e il cane. Guardi l'uno e non puoi che vedere l'altro. Osservi l'uno e non puoi che pensare all'altro. Poni mente a entrambi e non puoi non domandare quale oscuro destino si sia frapposto tra i due. Il cane, in fondo, è randagio solo nella misura in cui recidi il legame che lo avvince al suo padrone, che è poi tutto il suo mondo, l'unico mondo nel quale valga la pena di vivere. Il cane e l'uomo, l'uomo e il cane. Un sodalizio antico quanto il tempo, una diade entrata perfino nel mito: il fedele Argo attende il ritorno di Ulisse per venti lunghi anni. Lo attende senza posa, come la legittima sposa, ma a differenza di Penolope, Argo è il solo a riconoscere l'amato padrone sotto le mentite spoglie di un mendicante, lo accoglie festoso nonostante i lunghi anni di lontananza, e poi, pago di averlo rivisto per un'ultima volta, . Non c'è immagine forse più bella della fedeltà e dell'amore incondizionato, al di là del tempo e delle distanze, di questo ritrovarsi e riconoscersi di Argo e Ulisse.

Ma i cani di Fettolini non hanno, e forse non avranno mai, la straziante consolazione di Argo. I randagi di Fettolini sono creature che vagano senza meta in lande desolate, intorno a loro c'è il vuoto, un deserto di cose, relazioni e sentimenti che toglie al riguardante ogni punto di riferimento che non sia insignificante o appena accennato in lontananza. Con loro c'è tutt'al più qualche altro simile, che parimenti erra come un'ombra in un limbo senza tempo. Sembrano attoniti questi cani, incapaci di capire cosa sia loro successo. Si guardano attorno increduli, si voltano irrequieti quasi sperando di scorgere il loro padrone tornare, chinano il muso mesti, annusano l'aria dubbiosi, siedono in attesa: sembrano incapaci di decidere il da farsi, abbandonati così, senza un perché, al loro destino. I più afflitti sembrano pensare che il padrone forse no, non voleva abbandonarli. Li ha lasciati lì per sbaglio o solo per un momento. Adesso tornerà, sembrano dire. Ma quel che noi vediamo è solo una solitudine immensa e senza riscatto: ombre che si stagliano sul nulla, sul bianco abbacinante degli sfondi di Fettolini.

Difficile, per chiunque si ponga come spettatore dinanzi a questi quadri, non venirne in qualche modo inghiottito e sentirsi suo malgrado un randagio, un reietto, che erra in un deserto di relazioni e di sentimenti, giacché i cani di Fettolini non sono che un'immagine del loro alter ego. Il cane e l'uomo, l'uomo e il cane. Giacché i cani sono come gli uomini, specchio, gli uni per gli altri, di una medesima realtà, che dice del medesimo senso di solitudine e di abbandono, della medesima bestialità e aridità di sentimenti. Ma chi sono allora i veri randagi? I cani? O l'uomo che li ha resi tali? O entrambi? L'uno e l'altro come i due volti di Giano, i due lati di una medesima medaglia, l'inebriante vetta e l'oscuro baratro della medesima montagna? Sembrano chiederlo anche quei tre puntini di sospensione del titolo ".e randagi". Quello stesso indecifrabile interrogativo lo sentiamo echeggiare nei quadri di Fettolini, nei bianchi degli sfondi, nel vuoto di quei paesaggi deserti e assolati, nei silenzi che avvolgono quelle distese senza tempo che gridano inascoltate una sofferenza tanto grande, quanto inattesa e immeritata.

Il cane e l'uomo, l'uomo e il cane. Vittime, l'uno e l'altro. Ma non solo vittime. Perché in quei randagi vediamo esplodere anche l'orgoglio ferito e quasi risorgere dalle viscere una nobiltà dimenticata forse, ma mai sopita: perché i randagi sono sì raminghi e vagabondi, ma anche e soprattutto cani sciolti senza collare, e perciò stesso liberi. Liberi da tutto, da ogni condizionamento e da ogni catena, compresa quella a cui i padroni li avvingono, giacché, si sa, gli uomini possono essere amorevoli e premurosi, ma altresì insensibili e crudeli. Facendo a meno della protezione dell'uomo, ma anche del suo capriccioso arbitrio, queste creature si rivelano così capaci di rischiare la loro libertà, rimettendosi in gioco in un mondo senza riferimento alcuno, se non il proprio sé. E in quella spinosa libertà ritrovano infine la dignità - di chi anzitutto sa difendersi, con quel ringhio che è insieme un avvertimento e una dimostrazione di forza - ma anche il viver secondo natura. Ritrovano talvolta financo la spensieratezza e la leggerezza del gioco. Il cane e l'uomo, l'uomo e il cane. Fettolini si spinge ancora più in là e lo fa ponendo un quesito che non trova risposta, o meglio, più d'una. La domanda è in quel cane che abbaia aggressivo e guardingo, con le orecchie tese all'indietro, il pelo ritto e le fauci spalancate, al di sotto di una recinzione di filo spinato; in basso il buio della notte, in alto il chiarore dell'alba di un giorno nuovo. Che cosa difende quel cane, cosa sente minacciato? Poche immagini sono tanto emblematiche della vita di un cane. Protegge se stesso? Il suo padrone? Entrambi, questo cane al di qua del filo spinato? O piuttosto anela a quella libertà, che al di là del recinto lo attende con la sua promessa di felicità? La vita oscilla tra questi due pesi della bilancia: da un lato la smania della libertà, l'assenza delle catene, senza le quali ci sentiamo padroni della vita e del futuro, dall'altro il desiderio, quasi nostalgico, del legame, dell'unità ritrovata, che ci dà identità e senso di compiutezza. Il cane è l'uomo, l'uomo è il cane. Tutto è uno. Quello che l'uno fa all'altro, lo fa a se stesso, perché tutto è una cosa sola. Perché nel legame c'è la libertà che àncora alla vita.

Rita Marziani

Nell'irregolarità e nell'apparente disordine c'è sempre un ordine nascosto, benché difficile da cogliere, almeno nell'immediatezza. Tuttavia tale complessità, alla fine, si trasforma in riacquistata armonia, in pienezza, in definizione e ricompostezza dell'essere e dell'esistere. Questo il senso del pensiero espressivo di Arcangelo Ciaurro, pensiero perfettamente intessuto nella spontaneità della sua arte, così come nel solo suggerito realismo dei suoi quadri.

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L'indagine sulla solitudine dell'uomo percorre anche l'opera di Armando FETTOLINI, in polarità dialettica fra "sentirsi" ed "essere" solo – "feeling lonely" o "being alone", con più marcata differenziazione etimologica nell'accezione britannica. "Essere solo" non implica necessariamente "sentirsi" tale: la solitudine, spesso condizione di esilio recante in sé echi di disagio e sofferenza, può essere, di contro, fortemente attesa, in quanto straordinaria opportunità di riflessione e catarsi. L'uomo, quando anela alla limpidezza interiore, silenzioso cerca il ritiro, in defezione dai pressanti impegni quotidiani: tecnologicamente dis-connesso, si rifugerà nel proprio appartamento di città (i nuovi eremiti – si sa - vivono nelle metropoli, nell'indifferenza delle quali un uomo può appassire, senza che nessuno senta il bisogno di accorgersene) oppure si lascerà avvolgere dalla quiete della natura, uscendo per una passeggiata al parco, su un lungomare deserto o, magari, per sentieri di montagna; quando sali in montagna, passo dopo passo, crucci ed inquietudini si sfilano via: la fatica disincaglia i pensieri. Raggiungendo la vetta, senti la tua energia fluire libera e, una volta ridisceso, grato volgi il tuo ultimo sguardo alla montagna, che, ancora una volta, ha saputo restituirti a te stesso. I sassi che scricchiolano sotto la tua scarpa robusta, accompagnano pacati le tue riflessioni; ne hai preso uno, mentre salivi, e lo hai aggiunto alla piccola piramide di pietre che altre mani hanno innalzato, passando lì appresso: hai poggiato il tuo sasso anche tu, la tua storia è diventata parte integrante della memoria collettiva…

Affascinato dall'emblematicità evocativa dei sassi, Fettolini ha voluto raffigurarla tanto nei disegni su carta, quanto nelle opere su tela, utilizzando - per queste ultime - una tecnica affine a quella di Fabio Presti (miscele di pigmenti poveri, polveri, legno ed intonaco), da lui distinguendosi per una maggior incisività di penetrazione negli strati materici e per le scelte cromatiche (sovrapposizione morbida di velature nei toni del rosa e dell'ocra, su sfondo chiaro). Di quale meraviglioso racconto possono farsi narratori piccoli e grandi sassi? Orfani della madre che li ha generati, hanno un vissuto straordinario, loro - testimoni di stravolgimenti geologici epocali, come pure di sfumati sussurri umani. Stanno lungo l'argine di un fiume, ad ascoltare le confidenze dell'acqua; nelle tasche curiose dei bambini; ai piedi di una cava, testimoni della ferita impressa nei fianchi della montagna e di quella arrecata a se stessa dall'umanità, dimentica ormai del suo fine ultimo; nelle mani dell'amico, che te li dona sorridente, a memoria del suo ultimo viaggio. I sassi rotolano… e, scivolando verso il basso, disgregano pareti di roccia, mutandone il profilo: nel "panta rei" cosmico, sono eco vibrante della non-permanenza, del divenire continuo, eterno e necessario, sin'anche quando destabilizzante per i sistemi e determinante epoche di crisi: mai dimenticare che la crisi, nel suo scricchiolare di cuori impauriti, può essere una straordinaria opportunità di Cambiamento, Rinascita e Progresso…

opere dell'artista